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Italo Calvino
(1923 - 1985)
Lina Unali
Le Città Invisibili

Uno degli elementi più singolari che emerge dalla biografia di Calvino è la giustapposizione di mondi e culture differenti cui l'autore è stato esposto sin dall'infanzia. Sebbene sia italiano a tutti gli effetti, e Roma sia la città in cui, come egli stesso ebbe a dichiarare, visse più a lungo, Calvino nacque a Cuba, a Santiago de Las Vegas (15 ottobre 1923), ed i suoi genitori tornarono in Italia quando egli aveva due anni. Dagli sporadici brani autobiografici, lo scrittore lascia trasparire ciò che può esser definito come un duplice, o addirittura molteplice, senso di appartenenza a terre diverse, a volte persino la percezione di un esilio. In Gli usi della letteratura , ad esempio, egli scrive di essere nato quando i genitori stavano per tornare in patria dopo anni passati nei Caraibi e di derivare da ciò l'instabilità geografica che gli faceva sempre desiderare altri luoghi. I genitori di Calvino erano entrambi ricercatori e studiosi presso l'Università di Torino -- sua madre, Eva Mameli-Calvino, era sarda -- e prima della nascita di Italo, la coppia era vissuta in Messico dove faceva esperimenti di botanica ed agricoltura. Lo scrittore morì a Siena il 19 settembre 1985. Si sposò con una donna argentina.

Curiosamente, il romanzo di Calvino Le Città Invisibili è ambientato in Asia. Quest'elemento non è stato in genere posto in evidenza dalla critica e, in alcuni casi, neanche apertamente riconosciuto: ciò che ha suscitato più abbondanti commenti tra i critici sono state osservazioni riguardanti l'atmosfera surreale e 'mentale' in cui è immerso il romanzo. Naturalmente quest'opera del 1972 reca chiare tracce di un superamento definitivo del periodo neorealista, ma la proiezione verso una terra straniera, la Cina in particolare, non è fatto trascurabile.

L'Asia e la Cina che Calvino rievoca sono antiche. La narrazione è basata su un dialogo immaginario tra Marco Polo, il famoso mercante e viaggiatore veneziano del tredicesimo secolo, coetaneo di Dante, e Kublai Khan, il potente imperatore della Cina discendente da Gengis Khan, e contiene la descrizione fatta a costui dal suo giovane ambasciatore straniero -- Marco appunto -- delle innumerevoli visite a città distanti e straniere. Il dialogo ha luogo nel giardino del Palazzo dell'Imperatore, coi suoi padiglioni, la sua vegetazione lussureggiante, il suo esotico splendore. Ma al di là del senso di potenza che promana dalla residenza imperiale, e anche, in un certo modo, dalle stesse città che nell'ordine delle centinaia vengono visitate dal viaggiatore veneziano, introdotte al lettore in esaltante sequenza, vengono continuamente suggerite angoscia, infelicità e afflizione.

La visita delle città rievoca ben note immagini eliotiane di memoria e desiderio , termini usati di frequente nel testo. Le fonti culturali e letterarie di cui lo scrittore si serve per creare questa fantasia dell'inconscio sembrano essere, sin dall'inizio del romanzo, non, come si sarebbe tentati di prevedere, un corpo di conoscenze tradizionali che dalle profonde radici culturali, filosofiche e folkloriche, quelle che formano la cultura cinese stessa, bensì svariati capolavori letterari della letteratura occidentale. I riferimenti alla cultura europea e americana del diciannovesimo e ventesimo secolo sono semplici da scoprire, e si può dire abbiano costituito un discorso letterario comune, specialmente durante gli anni formativi di Calvino. Al lettore viene subito in mente, oltre il Kubla Khan di Coleridge con le suggestioni che derivano dalla descrizione del giardino dell'Imperatore, la Unreal City di Eliot, con la sua interna decadenza; la magnificenza di antichi siti prima della conquista spagnola, così come sono presentati da Bartolomeo de Las Casas; Alessandria nella Justine di Durrell, nella quale l'immaginazione viene vista sempre come predominare sulla realtà e dove libra perennemente nell'aria qualcosa di simile a una "vibrazione sensuale" come in Le Citta Invisibili di Calvino che "costantemente smuove Chloe"; la Dublino in " The Dead " di Joyce e, naturalmente, nell' Ulysses ; il Paterson di William Carlos William, e molte altre città di grande rinomanza letteraria che si fondono al destino di un uomo. Verrebbe anche in mente Le Citta del Mondo di Elio Vittorini. Inoltre, l'eco del gran numero di scritti sul favoloso viaggio in Oriente può esser confrontato a partire almeno dal sedicesimo secolo, con i resoconti delle visite dell'ambasciatore inglese alla corte di Akbar a Delhi riportati nel Purchas his Pilgrimage . Si sarebbe persino inclini a considerare come tratto essenziale della narrazione di Calvino la trasformazione della sequenza di città visitate da Marco in splendide città virtuali dell'immaginazione -- a volte persino revocanti conglomerati urbani extraterrestri come quelli che si possono visitare filmicamente per brevi istanti nelle recenti versioni cinematografiche della saga di Guerre Stellari. Ma giunge un momento in cui qualcosa, forse un po' diverso e conturbante riguardante Le Città Invisibili , deve esser introdotto, qualcosa che può offrirci una comprensione più profonda della costruzione dell'opera.

Sono appena state indicate diverse opere che sembrano fare da sfondo alla sensibilità artistica di Calvino. Avremmo anche potuto aggiungere Howl di Allen Ginseberg. Ma il testo che inaspettatamente sembra aver modellato in modo radicale Le Città Invisibili , quello che costituisce la vera impalcatura della narrazione e la causa principale della sua originalità, non è l'opera di un contemporaneo. E' il resoconto stesso del grande narratore Marco Polo come viene trascritto -- con gli stereotipi già tipici delle narrazioni di esperienze esotiche in terre straniere -- a Rusticiano o Rustichello da Pisa, mentre erano entrambi rinchiusi in prigione. Il Milione contiene la descrizione dei viaggi intrapresi da Polo mentre era ambasciatore alla Corte del Kublai Khan presso cui risedette per diciassette anni. Sono disponibili diverse edizioni del volume, inclusa una italiana dal francese del diciannovesimo secolo (1) , e, fatto ancor più degno di nota è che un'edizione italiana del Milione è stata pubblicata dall'editore italiano Einaudi mentre Calvino lavorava nello staff redazionale di quella casa editrice. Sebbene il debito di Calvino verso il Milione di Polo sia già stato riconosciuto da alcuni, soprattutto negli Stati Uniti, quel che appare subito chiaro è che, al di là di considerazioni generali che possono essere fatte riguardo all'uso letterario della fonte da parte del nostro scrittore, è importante sottolineare che proprio la successione di città invisibili , perse per così dire nel nulla, in una mappa irriconoscibile, corrisponde -- nella monotonia e frequenza della loro comparsa e nel tono generale della presentazione -- alle innumerevoli città menzionate nei trecenteschi resoconti del Milione . La mancanza di ubicazione precisa che caratterizza le città invisibili di Calvino e l'assenza di toponimi che possano in qualche modo risultare familiari, sono già presenti nel Milione , ed un motivo di ciò è che gli aggregati urbani attraverso cui Marco dice di essere passato portano i loro nomi antichi e noi non siamo a conoscenza dei loro nomi moderni. Le città di Polo si chiamano, per citarne alcune: Arzinga, Arziron, Arzici, Baudac, Turis, Sabba, Iasdi, Càmadi, Milice, Supunza, Balac, Baudascia, Casciar. Samarca, probabilmente l'antico nome di Samarcanda, è una delle poche riconoscibili. Alcune delle attività che, come ci viene descritto, hanno luogo in esse, ci appaiono ugualmente bizzarre perché nessuno le pratica più oggigiorno, né alcuno usa gli stessi strumenti, né ricopre gli stessi ruoli nelle comunità umane. Le città di Calvino sono allo stesso modo strane e irriconoscibili. La lunga serie inizia con Diomira, e continua con Dorothea, Zaira, Anastasia, Tamara, Zora, Despina, Zirma e molte altre. Sia nel libro di Polo che in quello di Calvino, la precisione nella descrizione delle città è in netto contrasto col senso di vacuità che essa tende sempre a creare nel lettore.

Quel che preme qui mettere in evidenza è che l'influenza della fonte agisce su Le Città Invisibili a livello della struttura fondamentale dell'opera. E' proprio l'invisibilità che caratterizza la serie quasi infinita di città che i due 'viaggiatori' -- Calvino e Polo -- percorrono e riproducono sulla pagina. L'originalità dell'impianto ai nostri occhi diminuisce.

Aggiungiamo altre osservazioni. La costante presenza del Milione sullo sfondo produce un effetto d'alienazione e trasforma ogni cosa detta in una combinazione illusoria di forme, figure oniriche e stati dell'inconscio. Ciò che potrebbe sembrare riferibile alla società, alla storia sociale, è solo accennato e quasi furtivamente presentato nella sua vaga, ma per questo non meno disastrosa conclusione come catastrofe, declino, inquinamento, degradazione. Il giardino delle meraviglie in cui l'Imperatore vive si sovrappone a vari altri mondi nei quali prevale un senso di decadenza umana, nonostante la luminosità della descrizione e la sua elegante fluttuazione, rilevando le quali il lettore può raggiungere culmini di giubilo e apprezzamento estetico. Le parole alatamente significative

Terre Desolate come vengono usate nella letteratura inglese, da Le Morte Darthur (1485) di Malory a T.S. Eliot, si ritrova anche nelle pagine di Calvino, dove viene impiegata per sottolineare i significati centrali che lo scrittore vuole attribuire alla composizione del romanzo e che possono esser fatti rientrare sotto l'intestazione generale di Declino dell'Occidente . E' lo sviluppo delle sequenze proprie del Milione nella cultura letteraria contemporanea.

In un certo modo, Le Città Invisibili di Calvino può essere considerato, seppure alla lontana, un romanzo storico. Un personaggio come Marco Polo, del resto, non può essere stato scelto a caso. E' una tra le figure più brillanti della storia mondiale, l'orgoglio di un imperatore straniero, il punto di giunzione tra molte città e paesi, il precursore dell'impresa di Colombo. I rapporti tra Oriente ed Occidente non furono mai così soddisfacenti come ai tempi di Polo. La storia della visita di Marco Polo in Cina coincide con il periodo di massimo prestigio commerciale di Venezia. Mai più negli anni seguenti, le città italiane riusciranno a superare un tale culmine di prestigio e potere. Nei tre-quattro secoli successivi, approssimativamente verso la fine del Rinascimento, si assisterà al loro declino come centri di rilevanti transazioni internazionali. Dopo un lungo periodo in cui il commercio con l'Asia si svolgeva via terra -- Marco impiegò tre anni per raggiungere la Cina -- arrivò il momento in cui prevalse un commercio più moderno che si fondava sulla navigazione e soprattutto sulla celerità delle navi che trasportavano merci asiatiche desiderate nei mercati europei e americani.

Per capire il significato che Calvino stesso può aver attribuito alla Cina di Marco Polo si dovrebbe forse far riferimento ad alcuni cronache giornalistiche e storiche sulla Cina, scritte da autori italiani durante gli anni immediatamente precedenti la composizione de Le Città Invisibili -- dall' Asia di Cassola e l' Asia Maggiore di Fortini alla Cina di Moravia. In modo interessante, Beno Weiss, nel suo Understanding Italo Calvino , considera l'ambientazione de Le Città Invisibili degna di nota da un punto di vista politico (2) , perché nel 1972 la Cina "si trovava sotto l'egemonia politica e culturale di Mao Tze Tong". Egli evidenzia anche il fatto che il paese "era giustamente considerato, da alcuni elementi progressisti della società occidentale, come il grande creatore di una società ideale".

Tutti questi elementi andrebbero forse tenuti presenti prima di rileggere Le Città Invisibili per trarne nuovi spunti e conclusioni.


Note

1 Cfr I viaggi di Marco Polo Veneziano tradotti per la prima volta dall'originale francese di Rusticiano di Pisa da Vincenzo Lazzari, pubblicati per cura di Lodovico Pasini, Venezia, 1847

2 Per quanto riguarda l'impegno politico di Calvino, cfr. anche Lucia Re, C.A.L.V.I.N.O. and the Age of Neorealism: Fables of Estrangement , Stanford University Press, Stanford, Ca, 1999. Con particolare riferimento a Il sentiero dei nidi di ragno , Re sottolinea come, gia in questo racconto di stile neorealistica, Calvino mostri una certa insofferenza verso le teorie marxiste e freudiane che ingabbierebbero la mente dell'individuo ed avrebbero un carattere fortemente riduttivo verso la totalità dell'esperienza umana. Stando alle osservazioni della Re, Calvino - maestro di scrittura fantastica, come viene definito - si sarebbe spostato, già dall'inizio della sua carriera letteraria, su un doppio livello di esperienza artistica, quello della coscienza politica e sociale ed un altro, parallelo, determinato dall'insofferenza verso le limitazioni da essa poste: "Il Sentiero punta ad esaminare quanto sottaciuto dal discorso del neorealismo e le sue velleità di critica verso le condizioni di vita in Italia negli anni Quaranta" (320-321).