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Dacia Maraini (1936)
Francesca Guercio

Riempite le valigie di pane e di libri! Omaggio a Dacia Maraini, "Dilettante immensa"

Notava Roberto Bazlen in un intervento dedicato a Italo Svevo che la nostra epoca, accreditando il "trionfo degli specialisti: specialisti della testa, dell'occhio, dell'orecchio, critici, pittori, musicisti", ha tolto vieppiù spazio a " quell'immenso dilettante che è il romanziere [corsivo mio]" (1). D'altro canto già anni prima Benjamin - in uno studio volto a mettere in luce la distanza fra racconto e romanzo - aveva scritto:

l'arte di narrare si avvia al tramonto. Capita sempre più di rado di incontrare persone che sappiano raccontare qualcosa come si deve (2).

Capita sempre più di rado, dunque... e tuttavia accade. Per fortuna, poi, chi sa di saper raccontare è dotato di norma d'una certa dose di sano e generoso esibizionismo che lo induce a farlo sovente e ovunque: raccontare continuamente e continuare a raccontare! Così, per esempio, tra le pagine di molti e bei libri o sulle tavole dei palcoscenici dove si recitano i suoi copioni, sugli schermi televisivi - sia pure spesso in fasce orarie "intelligenti" (ovvero: improbabili) - o nelle numerose occasioni di presentazione di volumi o di progetti culturali meritevoli non è raro avere il piacere di ascoltare Dacia Maraini.

Una narratrice che da oltre trent'anni ( L'età del malessere è del 1963) si muove con arguzia tra invenzione e autobiografia legando gli ascoltatori ora al vario e intonato spartito di "parole" disegnato dalle "cose" che riferisce; ora alle modulazioni pacate di una voce tranquilla e però sempre sostenuta da un'intelligenza non comune, che va al fondo delle questioni senza trascurarne l'esteriorità o, viceversa, resta brillantemente sulla superficie perché ha già compreso e calcolato lo spessore del fondo.

Quanti ascoltano da sempre le sue "storie" l'hanno sentita cambiare senza tradirsi, hanno avvertito la sua evoluzione di donna in una progressiva, e tutt'altro che ossimorica, acquisizione di solidità e dolcezza.

Ricordate, alla fine degli anni Settanta, il "dibattito sulla decisione di fare il testo e la preparazione dello spettacolo" riportato dall'editore di Dialogo di una prostituta con un suo cliente? Lì Michela (Caruso), Lù (Leone) e Dacia "facevano autocoscienza" - per dirla con un'esemplare espressione di allora - e si raccontavano un certo modo di essere femmine: quello implicato dalla ineluttabilità di avere un corpo. A Lù che negava di essersi mai concessa a un uomo senza desiderio Dacia rispondeva:

Avevi una alta opinione di te. Il tuo corpo lo consideravi prezioso, sacro. Io invece lo consideravo una nullità, una cosa priva di valore. Tutto quello che mi riguardava lo consideravo privo di valore. Questo era l'insegnamento che avevo assorbito in Sicilia, non dai miei, ma dall'ambiente che mi circondava (3).

Appropriarsi del proprio valore: in questo calembour è forse racchiuso lo scopo della vita di ogni donna. Appropriarsene senza sentirsi in colpa, verso la tradizione, la famiglia, la società, i maschi, se stesse e le altre donne, in un percorso durissimo che non disdegna (e anzi prevede a tratti) la contestazione feroce, il turpiloquio e l'urlo, che si pente di ogni fragilità finché non impara a considerarla un diritto dell'essere umano in quanto tale piuttosto che il prodotto perverso di un'educazione al femminile. Non di rado gli uomini mitizzano l'istinto muliebre alla vita considerandolo una sorta di dono di natura. Recentemente Claudio Marabini notava, in un saggio dedicato alle scrittrici contemporanee, che

Vi sono [...] motivi e atteggiamenti, e un modo di porsi davanti alla stessa letteratura, che sono tipici della donna che scrive, e non troviamo fra gli scrittori. Parliamo di una passione (quale altra parola usare?) che talora coinvolge un fervore da neofita. C'è dentro un profondo sentimento di rivalsa che scavalca i lineamenti storici del femminismo e li diluisce in pura umanità. [...] La donna esce allo scoperto con tutto il suo mondo e lo fa conoscere. Allo stesso tempo reca nella nuova condizione un sentimento antico, che deriva dal suo ruolo nella storia della civiltà (4).

E, con agiografica perizia, continuava, parlando di Anna Maria Ortese:

Nell'Ortese la verità è anche malattia, ma la malattia non intacca le radici della vita. Torna l'idea che [...] divide il mondo femminile da quello maschile. Il rispetto della vita è profondo, la malattia non ne corrode le basi sacre.

Così è stato nella Banti, nella Cialente, nella Bellonci [...]. Così è stato in Marise Ferro, in Laudomia Bonanni così fu in Renata Viganò. Ed è stato da ultimo [...] per Beatrice Solinas Donghi. Così è, sino dai primissimi libri, per Gina Lagorio; ed è per la Loy, per la Maraini, per la Ramondino, per la Volpi e per altre ancora (5).

Magari a noi donne piace perfino quell'immagine che sopravvive, con sincerità, nel cuore degli uomini o forse, pirandellianamente, è un'immagine che davvero ci appartiene per il fatto stesso che gli uomini sembrano riceverla. Intanto, la penna elegante di Marabini ci ha aiutato a rivolgere l'omaggio di un ossequioso appello a tante delle nostre scrittrici italiane prima di tornare all'autrice di La lunga vita di Marianna Ucrìa (1990), di Voci (1994), di Maria Stuarda (1975), di Camille (1995), di Bagheria (1993), di Viaggiando con passo di volpe (1991), tanto per citare a caso tra i titoli della sua bibliografia.

Quando una donna racconta di donne lo fa, spesso, come investita dall'alto onore e del gravoso ma irrinunciabile onere di vendicare i soprusi subiti nei secoli dalla "categoria", di diffondere i segreti pensieri che tale "categoria" animano o affliggono, di portare allo scoperto un mondo - in questo davvero vede bene il Marabini quando afferma che i valori ancestrali dell'umanità "che lo scrittore tratta col filtro della ragione e della Storia, [...] la scrittrice spreme carnalmente strappandoli al passato e rendendoli presenti" (6) - che è fatto di sangue e nervi e che sconcerta, mettendolo a soqquadro l'ordine razionale necessario alla civile sopravvivenza. I modi, la lingua, le parole, i sentimenti con cui cerca di raggiungere l'obiettivo variano coi tempi e le occasioni e solo se l'autrice è davvero una Narratrice risultano alla fine convincenti.

La giovane popolana vittima dell'efferato delitto consumato a Verona all'inizio del secolo, protagonista del romanzo del 1985 Isolina , si scopre simbolo di una lotta sociale a più strati: quello delle femmine contro i maschi, naturalmente; l'altro, dei poveri contro i ricchi e infine quello dei civili contro i militari. La scrittrice ha saputo esprimere con la forza e la passione di sempre i fatti di cronaca, le redazioni dei quotidiani dell'epoca fino a costruire un "giallo" che, come ebbe a dire Marziano Guglielminetti, non è un "giallo" bensì un "grido di protesta". (7)

Altrettanto forti sono il grido senza parole di Marianna Ucrìa e quello scopertamente autobiografico di Bagheria , racconti nei quali la Sicilia oppugnata dai traumi infantili - quella ricordata con rammarico nel dibattito premesso al Dialogo del '78 - viene recuperata e riamata nell'unico modo possibile, e cioè con una buona dose d'odio. Sorbetti al bergamotto e cassatelle, velluti, broccati e violenze autorizzate di signorotti nei bordelli, bimbi cenciosi in tuguri infestati dalle pulci, sequele di sopraffazioni maschili costituiscono l'inequivocabile gusto dolce-amaro di una Trinacria settecentesca nella quale la baronessina Ucrìa, "mutola" in seguito a uno stupro subito tra le mura domestiche, a tredici anni finisce sposa di uno zio attempato e bramoso che su di lei perpetua la tradizione di brutalità. La stessa in cui, però, la protagonista grazie alla dolcezza di Saro, il servo ragazzino, e alla frequentazione di libri proibiti, quelli di Hume e Voltaire, finisce col ritrovare la propria dignità anche attraverso l'esigenza dell'amore e del piacere sessuale.

Un grido, quello di Marianna Ucrìa, che nel 1990 ha ottenuto il Premio Campiello, tre anni più tardi di una riduzione teatrale, quindi la diffusione del mondo grazie alla traduzione in ben diciannove lingue, nonché, nel 1997, una versione cinematografica di notevole successo. Segno evidente che quando un narratore, pardon: una narratrice, trova "le parole per dirlo", come recitava il titolo di un libro che è tra i più eccezionali esempi di scrittura al femminile, il mondo è lì, pronto ad ascoltare. A ricevere. Eventualmente a reagire, con un'acrimonia direttamente proporzionale alla potenza del messaggio. Con denunce per diffamazione, perfino, se le parole trovate e scelte sono sassi scagliati contro lo schifo e la miseria di uno sfruttamento atavico e rivoltante, al pari di quello denunciato nello straordinario j'accuse dedicato a Bab el gherib, in arabo "porta del vento", ovvero Bagheria: seduttiva e inquietante terra di Gattopardi.

La riflessione sull'intimo conflitto tra appartenenza e rifiuto lasciata a decantare in uno spazio del cuore approda a una conclusione che già Leopardi aveva magistralmente espresso in pochi versi de Le Ricordanze , ora presi in prestito per il titolo e l'epigrafe dell'ultimo volume uscito: Dolce per sé . Un libro, come ha raccontato l'autrice in occasione di qualche presentazione, iniziato anni fa e solo adesso concluso - questa l'impressione che se ne ricava a leggerlo - per virtù del pungolo forte e incessante della necessità di Narrare. La forma epistolare e l'improbabile vicenda di Vera, una donna di cinquant'anni che dal 1988 al 1995 scrive, con lunghi periodi di interruzione, alla nipotina di Edoardo, il giovane violinista con il quale ha avuto una lunga relazione sentimentale, tradisce quest'ansia del raccontare a tutti i costi, sotto lo stimolo della memoria. La minaccia biblica di una trasformazione in statua di sale è colta da Vera alla stregua di una sfida per abbandonarsi ai ricordi: "Possibile che la memoria sia un processo di pietrificazione dello spirito?" La risposta negativa è implicita alla stessa domanda e l'autrice si muove ostinatamente seguendo il filo - non metaforicamente - rosso della scia lasciata dalla piccola Flavia fin da quando, a sei anni, entrò all'Hotel Bellevue con: "il cappellino rosso ciliegia in testa, [...] le scarpe rosso pomodoro col fiocchetto da ballerina" (9) per snocciolare l'esperienza di una vita; come una nonna saggia e dotta che racconti ai nipotini l'amore per i luoghi (il Giappone, la Sicilia, le Alpi, il Brasile), per gli uomini, per la musica; dei libretti di opere liriche e dei loro autori; della filosofia pirandelliana; della morte.

E poiché la comunicazione del narratore è fatta anzitutto di parole, ampio spazio viene dedicato alle considerazioni sull'uso della lingua, sull'indispensabilità, in taluni casi, di ricorrere alla parlata popolare - come quando non c'è modo migliore per spiegare quel certo tipo di dolore ai piedi che ammettere di "aver fatto i piedi dolci", per di più nell'accezione siciliana dell'espressione: "i peri duci" (10) - o gergale: "mia nonna Amalia: 'tiriamo le foto' diceva, quasi che la macchina fotografica fosse un fucile" (11) -.

Mentre "tiravamo" le foto, a qualcuno di noi, [...] è scappata una "pernacchia". Tuo zio la chiama così. Nella mia famiglia, invece, si chiamavano "buffi d'aria", oppure "petini". So di una amica che le chiamava coi suoi figli piccoli "puzzette". Ma le puzzette non sempre puzzano. (12)

Perché anche questa è lingua, ovvero il pensiero e la quotidianità e quindi la vita. I fatti esistono, le parole per dirli pure! Carica di suggestione si rivelerà a tale proposito la riflessione che Vera propone alla piccola Flavia sull'antica usanza delle signore di "perdere i sensi" elegantemente piuttosto che parlare, urlare o, addirittura, se necessario, imprecare.

Hai visto che le donne non svengono più? Forse hanno altri modi per dire no. [...] Mia nonna a quindici anni "perdeva i sensi" quando le negavano il permesso di cantare. [...] Il pensiero e la parola appartenevano così poco, per educazione storica, alle abitudini femminili che risultano agli stessi sensi delle donne poco credibili. (13)

L'apparente certezza è però turbata da un fuggevole dubbio:

Ma siamo sicure di essere del tutto uscite da quell'arcaico codice linguistico che mette in moto il corpo anziché la parola, che dà grandi segnali di sé attraverso le malattie, i silenzi, le paralisi, anziché il pensiero articolato? (14)

Il sale della lingua - ovvero del pensiero e cioè della quotidianità e quindi della vita - però è altrove dall'articolazione comune, in quel "certo grado di idiozia verbale" che, fortunatamente, "rientra nella pratica degli affetti" (15). Edoardo e Vera, per esempio, "parlavano in -ero": l'uno era l'amorero dell'altro ed entrambi si volevano un gran benero.

Il fatto è che gli innamorati si credono una folla anche quando sono uno più uno; si arrogano il diritto di inventare dei gerghi loro che trattano con la serietà di una lingua vera dotata di una propria grammatica e di una propria sintassi. Sarebbero capaci di stampare un vocabolario delle parole in "-ero" come se la cosa avesse un qualche fondamento linguistico. (16)

Così, l'augurio più bello che la redattrice delle missive sente di poter fare alla giovanissima amica è:

non imbatterti, nel tuo futuro amoroso, in qualcuno che ti chiamerà Cerbiatta. Ma se, chiacchierando al buio, nel segreto di una stanza, ti capiterà di trovarti sulla lingua degli stilemi, delle forme idiomatiche un poco strampalate, non respingerle tacciandole di cretine. Sarà un segno della tua volontà linguistica di mettere su casa e non è un'impresa da poco. (17)

Metter su casa grazie alla lingua; come dire costruire l'esistenza coi mattoni dei giorni e la calce della comunicazione. Il massimo per quanti, per vocazione e per mestiere, si affidano alla pratica diuturna di concentrarsi su "quel difficile e dolcissimo enigma che è la scrittura" (18). Sono le stesse parole a guidar loro la vita. E con le parole e dalle parole essi cercano di difendersi, strenuamente. Nel racconto della morte di Akiko, una delle due amatissime sorelle, Vera/Dacia ci coinvolge e ci strazia rammentando l'ostinazione con la quale il rifiuto, perfino presuntuoso, delle parole usate dal personale dell'ospedale celava l'umanissimo rifiuto della scoperta.

"La deceduta si trova lì, entri pure."

Come "deceduta"? Adesso chiamano le malate "decedute"? Mi intestardivo a pensare che si trattasse di un errore lessicale. "Sono veramente stupidi" ho detto a Giovanni "non sanno nemmeno usare le parole giuste". (19)

In questa ultima opera della Maraini, del resto, il tarlo dell'autobiografia continuamente gioca a nascondino tra le maglie dell'epistolario artificioso e all'improvviso si manifesta, crudo, trascinando i lettori al centro di un vortice di emozioni. Se poi recuperando Walter Benjamin volessimo, per scrupolo esegetico, distinguere tra romanzo come luogo in cui la comunicazione tende all'anonimato e racconto come estremo garante di una possibilità di trasmissione dell'esperienza individuale un suo eventuale incasellamento nelle griglie utili alla critica letteraria non lascerebbe adito a dubbi e quei lettori trascinati a forza dentro le emozioni smetterebbero di essere tali per divenire d'emblé attoniti ascoltatori di un Narratore, che per tempi e tradizione sa, ma per diletto se ne infischia, della Letteratura Potenziale e quel che segue.

"Sono i libri e il pane che rendono pesanti le mie valigie" (20), dice con fede e vigore persuasivo l'ormai cinquantasettenne Vera alla Flavia adesso adolescente. Vengono alla mente il ricordo e il significato delle due passioni di Leone Gala nel Giuoco delle parti.

Un poco di zavorra ci vuole, perbacco!


Note

1 ROBERTO BAZLEN, Note senza testo , Milano, Adelphi, 1970, p. 129.

2 WALTER BENJAMIN, Il narratore . Considerazioni sull'opera di Nicola Leskov, in ID, Angelus Novus, Torino, Einaudi, 1981 (ma 1962), p. 247.

3 DACIA MARAINI, Dialogo di una prostituta col (sic)suo cliente , Padova, Mastrogiacomo Editore, Images 70, 1978, p. 7.

4 CLAUDIO MARABINI, Gli ultimi cinquant'anni di narrativa femminile in Italia , in Scrittrici d'Italia, a c. di FRANCESCO DE NICOLA e PIER ANTONIO ZANNONI, Atti del Convegno Nazionale di Studi, Rapallo, 14 maggio 1994, Genova, Costa & Nolan, 1995, pp. 22-23.

5 Id., p. 25.

6 Id., p. 23.

7 MARZIANO GUGLIELMINETTI, Scheda redatta per la prima edizione del Premio "Rapallo-Carige" , ora in Id., p.69.

8 DACIA MARAINI, Dolce per sé , Milano, Rizzoli, 1997, p. 8.

9 Id., p. 7.

10 Id., p. 12.

11 Id., p. 74.

12 Ibid.

13 Id., p. 28.

14 Ibid.

15 Id., p. 88.

16 Id., pp. 14-15.

17 Id., p. 129.

18 Id., p. 157.

19 Id., p. 158.

20 Id., p. 143.