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Giovanni Pascoli
(1855 - 1912)
Emerico Giachery

Il panorama degli studi su Giovanni Pascoli, specie dopo il vigoroso ripullulare di contributi e ripensamenti critici seguiti al centenario della nascita, appare particolarmente ricco e vario. Vario anche nella mole dell'opera: dalle miscellanee in più tomi ai preziosi e introvabili 'Quaderni pascoliani' di Barga, diretti da Felice Del Beccaro e Bruno Sereni (ne sono apparsi almeno diciotto). I materiali epistolari editi via via negli anni, e in particolare l'imponente corpus delle lettere ad Alfredo Caselli pubblicato nel 1968 da Felice Del Beccaro, integrati dal singolare libro della sorella Mariù (Lungo la vita di Giovanni Pascoli), lasciano intravedere la possibilità di riscrivere la biografia pascoliana ('una biografia difficile', secondo l'espressione di Del Beccaro) in modo ben diverso da quelle sinora esistenti, e cioè tenendo conto di tutte le contraddizioni e ambiguità dell'uomo Pascoli, che i ricordati documenti hanno lasciato affiorare. Contraddizioni e ambiguità che spesso si riflettono sulla pagina e che tratteggiano un volto d'uomo tanto più complesso, sfumato e contorto di quanto non si potesse sospettare alcune diecine d'anni or sono. Da parte sua, la filologia sta lavorando con tenace impegno per approntare quell'edizione critica delle opere che potrà farci entrare nell'officina laboriosa del Pascoli, nel vivo delle sue scelte espressive documentate dai manoscritti spesso tormentati che si conservano a Castelvecchio: l'impeccabile edizione delle Myricae curata da Giuseppe Nava rappresenta il primo fondamentale momento di questa operazione. Intanto commenti approfonditi, spesso accuratissimi, di singole opere italiane elatine ne mettono in luce le ricche, talvolta inaspettate, fonti e ne ricostruiscono il retroterra culturale. Ma soprattutto all'intensissimo lavorìo della critica propriamente detta si deve l'immagine più autentica e complessa, più 'nostra', che oggi ci viene offerta del poeta. Se di tanta congerie di studi non tutto è durevole e fecondo, va però detto che non pochi tra i più autorevoli studiosi del nostro secolo si sono cimentati con successo nell'interpretazione di quella poesia. Si può anzi dire che proprio nell'ardua interpretazione della poesia pascoliana la moderna critica italiana abbia raggiunto alcuni dei suoi risultati più suggestivi e costruttivi, abbia scritto uno dei suoi capitoli migliori. L'immagine più autentica che ha saputo rivelarci è certo molto lontana da quella un po' oleografica del casalingo poeta di piccole cose che a molti era rimasta da approssimative letture scolastiche. Ed è anche molto più affascinante, e protesa verso l'avvenire. Non è facile ragguagliare in sintesi sulle principali direzioni e dimensioni della critica pascoliana del secondo dopoguerra. Ogni schema è sempre angusto e coartante, e perciò deformante. Comunque, possiamo tentare di identificare quattro nuclei di interesse: uno ideologico in senso sociopolitico; uno storico-culturale, di storia del gusto; uno psicocritico e fenomeno-logico, inteso a descrivere nelle sue modalità l'essere-nel-mondo di Giovanni Pascoli quale si proietta nell'universo immaginario dell'opera; uno, infine, linguistico-strutturale e stilistico. Va da sé che si tratta di quattro momenti non isolati in compartimenti più o meno stagni, ma connessi in circolarità dialettica, spesso per necessità con presenti anche dell'opera di uno stesso studioso. Da tutti e quattro i punti di osservazione elencati, ma specialmente dai due ultimi, emerge la novità della poesia pascoliana, la sua sostanziale e profonda, anche se talvolta inconsapevole originalità. Originalità riconosciuta lucidamente e generosamente, anche facendo un po' di tara sull'enfasi polemica e assertiva, già da Gabriele D'Annunzio quando salutava nel confratello di Romagna 'il più grande e originale poeta apparso in Italia dopo il Petrarca'. Ognuno dei quattro momenti sopraindicati, anche se fosse possibile considerarlo isolatamente rispetto agli altri, richiederebbe un lungo discorso, tanto appare ricco di problemi, di angolazioni diverse, di prospettive.

La prima area di ricerca, quella sociopolitica, ha suscitato vivo interesse nella cultura italiana del secondo dopoguerra, specialmente nel settore marxista non immemore di certe annotazioni di Gramsci, il quale appuntava con interesse lo sguardo, sempre vigile nel cogliere tracce di una letteratura nazional-popolare, su Pascoli, che considerava 'il creatore del concetto di nazione proletaria e di altri concetti svolti poi da Enrico Corradini e dai nazionalisti di origine socialista'. Ai fini di questa rapida panoramica, comunque, più che lo studio della posizione politica, riesaminata negli anni Ottanta con ottica e conclusioni molto diverse da Piero Treves, interessano i riflessi dell'ideologia nell'opera. Si pensi, ad esempio, al centrale mito del fanciullino che evoca una condizione astorica; si pensi all'appassionato rivendicare la funzione privilegiata del poeta nella società o all'importanza del destinatario nella elaborazione del linguaggio poetico, come risulterebbe dall'impegno di 'fondare un sublime ad uso delle classi medie', secondo l'ipotesi di Edoardo Sanguineti. Questi e diversi altri elementi convergono verso un contesto "piccolo borghese" al quale Pascoli è omogeneo.

L'area della storia della cultura e del gusto, che in Italia ha tradizioni e radici meno salde che altrove, mette in luce un Pascoli vicino a certe fondamentali atmosfere ed esperienze della civiltà estetica d'Europa: il gusto floreale o liberty, il simbolismo. E' una consonanza probabilmente dovuta più alle antenne di una vibrante sensibilità che a una precisa scelta di cultura, anche se troppo poco si sa sulle possibili letture pascoliane di poeti francesi, di cui non resta traccia nella biblioteca di Castelvecchio; e ben poco se ne vede nella mostra 'Le biblioteche del fanciullino' organizzata di recente alla Biblioteca Nazionale di Roma. Al simbolismo europeo Pascoli è fraterno non soltanto per l'uso esplicito del simbolo, come nel poemetto Il libro che più di un simbolista d'oltralpe gli avrebbe invidiato, ma anche e soprattutto per quel propendere, in tutta una parte della sua opera poetica, all'evocativo, all'allusivo, all'emozione musicale e indefinita, al fascino dell'ambiguità e del mistero. Avrà certo avuto le sue ragioni un letterato di gusto raffinato, esperto di letterature europee come Diego Valeri per asserire, in uno studio sul simbolismo francese, che Pascoli 'fu il maggiore, il più poeta dei simbolisti europei della fine dell'Ottocento'. L'inquieta sensibilità immette nella sua poesia un lievito di rinnovamento che sarà proficuamente accertabile in sede linguistica e stilistica e che rende questo personaggio - apparentemente figlio della buona vecchia Italia, di formazione e radici ottocentesche- una sorta di precursore inconsapevole di tanta poesia italiana del Novecento, che storicamente si intenderebbe assai meno senza la premessa rappresentata dall'esperienza espressiva pascoliana. In un importante libro postumo, al quale è stato dato il significativo titolo Pascoli: la rivoluzione inconsapevole, uno dei maggiori critici del nostro tempo, Giacomo Debenedetti, asserisce che non soltanto Gozzano, non soltanto i crepuscolari risentono della lezione pascoliana, ma persino i futuristi 'non avrebbero potuto gridare entro i megafoni le parole in libertà se Pascoli non le avesse liberate e non avesse mostrato che ciascuna di loro poteva isolarsi, diventare un apice espressivo, se non avesse messo la parola in piena, anche troppa confidenza coll'onomatopea. Né gli ermetici, più tardi, avrebbero potuto organizzare le loro strutture di immagini come tessuti di richiami, di occhiate capaci di invitarci a una mistica unione con la sostanza segreta che in quelle immagini era infusa e calata'.

La critica psicanalitica e fenomenologica ha trovato nella tortuosa personalità pascoliana un terreno d'elezione per i suoi accertamenti. Non si insisterà su possibili diagnosi, magari fondate sulla constatazione della scarsa, o almeno poco apparente, presenza dell'eros e dell'immagine femminile nella pagina come nella vita. Il problema di un Pascoli 'poeta non d'amore' è di scarsa consistenza, come ha mostrato e documentato Giacomo Debenedetti. Suggestiva è invece l'analisi, come quella affrontata e portata avanti nel voluminoso saggio su Simboli e strutture nella poesia del Pascoli da Giorgio Bàrberi Squarotti, dell'universo espressivo, dominato ossessivamente dal segno del nido, che protegge e limita a un tempo, e fuori del quale è alienità, labirinto, perdimento, vertigine. Un universo senza evoluzione, in cui spesso coincidono il moto e l'immobilità, il vicino e il lontano, in cui tempo e spazio sembrano disintegrarsi. Si pensi al sintomatico poemetto Nella nebbia, in cui ogni realtà si dissolve in apparenze impalpabili o spettrali, in lontananze di sogno, con l'allarmante mistero di quelle pèste smarrite nella nebbia, 'né tarde né preste, alterne, eterne'. Su questa condizione di moto immobile, di vicino-lontano, ottime pagine ha scritto Cesare Federico Goffis nel volume Pascoli antico e nuovo. L'area in cui l'accertamento dell'originalità pascoliana emerge con maggiore evidenza è forse quella linguistico-stilistica, che annovera contributi rimasti fondamentali, come quello di Gianfranco Contini, che descrive con impareggiabile acume la peculiarità e la ricchezza dell'esperienza espressiva pascoliana, interpretandola non soltanto alla luce di un particolare temperamento, ma anche sullo sfondo di una crisi storica di cui il poeta è consapevole soltanto in parte. Il fatto è che 'quando si usa una lingua normale, vuol dire che dell'universo si ha un'idea sicura e precisa, che si crede in un mondo certo, ontologicamente ben determinato, in un mondo gerarchizzato dove i rapporti stessi tra l'io e il non io, tra l'uomo e il cosmo sono ben determinati, hanno limiti esatti, frontiere precognite. Le eccezioni alla norma linguistica significherebbero allora che il rapporto tra l'io e il mondo in Pascoli è un rapporto critico, non è più un rapporto tradizionale. E' caduta quella certezza logica che caratterizzava la nostra letteratura sino al romanticismo'. Nonostante un'apparente adesione di massima alle norme linguistiche e metriche, e forse con maggior efficacia proprio per questa apparente mancanza di violenza espressiva e di esplicita volontà di rottura, l'inquietudine pascoliana corrode dall'interno le tradizionali strutture della poesia italiana. Anzitutto le frantuma in momenti isolati, in un discorso tutto spezzature e sussulti. Versi come quelli di La mia malattia ('L'altr'anno, ero malato, ero lontano / A Messina: col tifo') preludono d'appresso a versi come 'Piove. E' mercoledì. Sono a Cesena' del conterraneo Marino Moretti: certo uno dei momenti più prosastici, franti e dimessi raggiunti dal glorioso endecasillabo, protagonista della poesia italiana, nella sua storia plurisecolare. Né prima di Pascoli compare nella poesia lirica italiana moderna tanta ricchezza di onomatopee, tanta audacia di analogie e sinestesie ('La Chioccetta per l'aia azzurra / va col suo pigolìo di stelle': cioè 'la costellazione delle Pleiadi nel cielo va col suo luccichìo tremulo come pigolìo di pulcini'). E neppure erano apparse, sin dal lontano medioevo, mescolanze linguistiche come l'anglo-barghigiano degli emigranti nel lungo poemetto Italy: 'Oh! no: starebbe in Italy sin tanto Ch'ella guarisse: one month or two, poor Molly!'. Un'esperienza, questa, che sembra anticipare certo sperimentalismo del pieno Novecento. Mentre in altri casi, quasi in opposizione alla minuzia realistica persino puntigliosa del lessico, che richiede non di rado l'uso di un glossario, la parola sembra aprirsi a un'irradiazione simbolica, a una trascendenza oltre il senso, a un alone emotivo e musicale che sconfina verso il mistero, l'inconoscibile. Su molti piani, dunque, è stata accertata e acquisita alla coscienza culturale contemporanea la lievitante originalità espressiva del Pascoli, la sua più o meno involontaria modernità. L'importanza della sua presenza storica trova nella tecnica espressiva il suo momento più colmo. Tanto da indurre uno dei nostri più autorevoli linguisti e storici delle tecniche espressive, Alfredo Schiaffini, ad affermare, nel centenario della nascita del poeta, che 'il momento cruciale, il salto nel fosso, nella storia del nostro linguaggio poetico, sono rappresentati dalla poesia di Giovanni Pascoli'. Mi è caro suggellare questa rassegna col richiamo al mio grande maestro Alfredo Schiaffini, della cui nascita ricorre quest'anno il centenario.