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Pierpaolo Pasolini
(1922 - 1975)
Guido Zingari

“ Spesso la società perdona il criminale,
mai perdona il sognatore ”
(Oscar Wilde)

“ bisogna essere folli per essere chiari ”
(Pier Paolo Pasolini)

Ritratto di un Eretico Contemporaneo

In Trasumanar e organizzar Pasolini spiega che: “l'eresia richiede una grande pazienza: bisogna ripetere mille volte la stessa cosa, per predicare; una predica che veramente distrugga come il barbaro nelle sue invasioni. E pensare che la ribalda e superba gioia giovanile di possedere una novità eretica non contiene (né altro può essere) che nuova ortodossia” (Milano, Garzanti 1976, p. 148).

Pier Paolo Pasolini appartiene a quelle personalità forti e straordinarie che fanno la loro comparsa, inaspettatamente, in momenti storici particolari, segnando con la loro presenza viva, attiva e diversa un modo di essere e di pensare, fino a consegnarsi al martirio. “Ah, gridare è poco, ed è poco tacere: niente può esprimere un'esistenza intera!” così scriverà in La religione del mio tempo (Milano, Garzanti 1976, p. 161) Egli commise una serie di “eresie”, operò e decise cioè letteralmente delle “scelte” positive, ribelli e scomode contro l'esclusione, la diversità e la negazione di libertà.

Pasolini nasce, vivrà e morrà come poeta e sempre tale egli si proclamerà. Nell'opera appena citata scriverà ancora: “Per essere poeti, bisogna avere molto tempo: ore e ore di solitudine sono il solo modo perché si formi qualcosa, che è forza, abbandono, vizio, libertà, per dare stile al caos.” ( Ib ., p. 108). Poeta e cantore dunque di un meraviglioso mondo in rovina, anche quando il suo impegno civile lo porterà, in altre vesti intellettuali, al centro di accesi dibattiti politici o culturali, sulle prime pagine dei quotidiani nazionali o in televisione, nelle battaglie dell'intelligenza per un'emancipazione sociale e un riscatto morale dell'Italia del suo e del nostro tempo, partecipe di un destino umano.

Pasolini nasce a Bologna il 5 marzo 1922. Nei suoi ricordi, la figura severa del padre domina con la sua autorità dispotica e l'immagine di una “vita retorica”, come egli stesso dirà. La madre incarna piuttosto la dolcezza, la mitezza e l'amore profondo sempre e ovunque disperatamente anelati.

I luoghi della sua infanzia, della sua geografia esistenziale e della sua stessa vita fino ai trent'anni, tra l'Emilia Romagna, il Friuli, Casarsa verranno spesso fin d'allora e successivamente descritti, rievocati e trasfigurati nell'opera poetica. I luoghi del passato, suo e degli altri, ispireranno le riflessioni sulla transizione, sul passaggio storico epocale allora in atto, in pieno svolgimento. Quel passaggio cruciale che doveva portare, nel giro di pochi decenni, in Italia ed altrove, dall'esistenza di un mondo arcaico contadino, custodito dalle tradizioni, ad un mondo completamente trasformato dall'era industriale e rivoluzionato poi dall'avvento delle tecniche. E proprio di questo nuovo, moderno ed altro mondo, Pasolini denuncerà impietosamente e spietatamente il progressivo senso di estraneazione, lo spaesamento, lo sfruttamento e il livellamento degli individui, il materialismo aggressivo e volgare, la superficialità diffusa ed accettata, l'insensatezza criminale e soprattutto la sua intrinseca miseria morale del “Dopostoria” o della “Nuova Preistoria”.

In Poesia in forma di rosa , dirà: “Io sono la forza del passato. Solo nella tradizione è il mio amore. Vengo dai ruderi, dalle chiese, dalle pale d'altare, dai borghi abbandonati sugli Appennini o le Prealpi, dove sono vissuti i fratelli.” (Garzanti, Milano 1976 p. 22).

Egli si richiamerà dunque ripetutamente nella poesia, nella scrittura, nel teatro, nel cinema, negli innumerevoli interventi e saggi, nella sua opera sterminata, a questi sconvolgimenti profondi, radicali, a questi contraccolpi sociali ed esistenziali vissuti dalle masse, in forme ed espressioni oramai inconsapevoli, eccessive, irrazionali ed orgiastiche.

Negli Anni Quaranta lo troviamo a Bologna, iscritto alla Facoltà di Lettere. Si laureerà nel 1945 con una tesi su Pascoli. L'incontro fondamentale ed illuminante sarà qui con lo storico dell'arte Roberto Longhi. Dopo il 1948, a seguito di vicende politiche e personali drammatiche, deciderà di trasferirsi definitivamente a Roma. Roma, la grande città dai mille volti di vita confusa, chiassosa, affascinante, ironica, plebea e crudele, con i suoi abitanti dalle origini più disparate e lontane. Città dalle straordinarie, millenarie e struggenti bellezze, mescolate ad altrettante strabilianti degradazioni. Centro di un potere politico ed di una istituzione religiosa antica e potente, dove si affermano e si annullano contemporaneamente, contraddittoriamente e incessantemente il senso del politico, della società, dell'individuo, della civiltà, del religioso e infine del “sacro”.

Per Pasolini, Roma finirà con il rappresentare ed essere realmente quel “luogo esistenziale” privilegiato, punto di riferimento di tutta la sua opera impegnata, sofferta di poeta, scrittore, regista o polemista agguerrito, inquieto quanto instancabile. Roma per l'intellettuale “reale” diventerà così una sorta di incantesimo e di specchio vivente e fedele della società moderna, della civiltà degli oscurantismi e dei conformismi fatali, letali e generalizzati.

Così ritrae liricamente ed immagina questa città in La religione del mio tempo : “E' come se Roma o il mondo avesse inizio in questa vecchia sera, in questi odori millenari, cammino lungo il precipizio che barbaro il Tevere apre tra dormitori sordidi, e spagnoleschi quartieri di terracotta, piazzali dagli splendori ridotti a qualche barocca e cerea voluta di chiesa sconsacrata e ora magazzino, tra vicoli neri che polvere, luna, vecchiezza, empietà coprono di biancore - cartilagine che fa sonori i selciati alla pedata.” (Garzanti, Milano 1976, p. 43).

Nel 1955 esce il suo primo romanzo romano, nel gergo e nell'ambientazione, Ragazzi di vita al quale seguirà nel 1959 Una vita violenta . Pasolini diventa presto un personaggio pubblico, contestato, perseguitato e conteso, noto non solo in Italia. Nell'arco di vent'anni dal 1950, sarà al centro di più di trenta procedimenti giudiziari. Nella raccolta di poesie del 1957 intitolata Le ceneri di Gramsci darà voce e testimonianza, originalmente, dei suoi sentimenti di forte e convinto impegno civile.

Nel 1960 inizierà l'importante esperienza di regista con il cinema, il nuovo e più immediato linguaggio della “realtà”, secondo le sue parole. Ispirato dapprima dalla poetica neorealista con Mamma Roma del 1962, passa in seguito alla realizzazione di film particolari come La ricotta , Il Vangelo secondo Matteo del 1964, Uccellacci e uccellini del 1966 o ancora Teorema del 1968, Porcile del 1969 fino all'ultimo, estremo e spietato Salò o le 120 giornate di Sodoma del 1975, summa , secondo Laura Betti, della denuncia della violenza, e non solo, di una resa dei conti con un “Potere” esteriore e oramai anche interiorizzato. Tra il 1972 e il 1975 pubblica le raccolte di saggi ed interventi: Empirismo eretico e Scritti corsari .

Al termine di una burrascosa esistenza, in una fredda e irreale mattina del 2 novembre 1975, lo attenderà infine, nelle vicinanze dell'Idroscalo di Ostia, quella morte fisica brutale e delittuosa, da lui immaginata e paventata. Un presentimento misterioso di questa tragedia lo troveremo disegnato in Poesia in forma di rosa : “Ho sbagliato tutto. Fiumicino, riapparso di tra nuvole di fango, è ancora più vecchio di me. I resti del vecchio Pasolini sui profili dell'Agro...tuguri e ammassi di grattacieli...” ( Ib ., p. 51).

La grandezza e il fascino di Pasolini, per coloro che sono riusciti ad avvicinarlo nell'intimo spirito dell'opera, superando gli ostacoli e i pregiudizi che impediscono ancora oggi, come ad ogni vero “reietto”, intruso ed “eretico”, di entrare nell'anima loro più profonda, consistono probabilmente nell'aver colto quell'ostinato, responsabile e libero ricorso all'intelligenza delle cose, quel desiderio di comprensione degli altri, quella forte volontà morale, quello slancio coraggioso che avrebbero permesso di cambiare intollerabili stati di fatto e di acquiescenza.

Pasolini era sceso, con la mente ed il cuore, “libero di una libertà che mi ha massacrato”, come confesserà in Poesia in forma di rosa ( cit ., p. 37), nelle “periferie” esteriori ed interiori dell'intero mondo umano, per accompagnarsi agli umiliati, all'”umanità minore”, secondaria, rifiutata, avvilita, tragica ma anche comica, che pure continuava e continua sorprendentemente a vivere o a sopravvivere sullo sfondo di paesaggi devastati, deturpati da nuove quanto antiche barbarie.

E proprio ai “confini” di tale umanità, egli aveva cercato ancora, scoprendo e mettendo in scena insopportabili atrocità e sconvolgenti brutture, di far riascoltare e riemergere alla vita, il senso della bellezza, della gioia, dell'ironia come anche il senso del sacro di fronte soprattutto a quell'apparato osceno e retorico rappresentato e ostentato dalle Istituzioni e dai Poteri, che speculando politicamente su tutte le miserie, diventano invece vere e proprie intrusioni immorali, negative, arroganti e violazioni sistematiche di questa stessa umanità.

Così scrive in La religione del mio tempo : “Non brucia una fiamma in questo inferno di aridità, e questo arido furore che impedisce al mio cuore di reagire a un profumo, è un rottame della passione... A quasi quarant'anni, io mi trovo alla rabbia, come un giovane che di sé non sa altro che è nuovo, e si accanisce contro il vecchio mondo. E, come un giovane, senza pietà o pudore, io non nascondo questo mio stato: non avrò pace, mai.” ( cit ., p.162).

Personalità certamente contraddittoria, anzi viva proprio nel “caos delle contraddizioni”, controversa, dunque “eretica” e non allineata, Pasolini seppe, per una breve tratto della sua epoca, essere al centro di accesissimi scontri culturali e ideologici, nei quali chiamò a raccolta tutti indistintamente al cospetto della propria coscienza. Cercò così di combattere fino all'ultimo, all'estremo, con i suoi limitati mezzi di intellettuale, con la passione e una ragione “sorella della pietà”, ogni forma di vigliaccheria, di malafede, di opportunismo che continuavano ad umiliare nel profondo ed ovunque l'umanità. Opponendosi, nello stesso tempo, all'ottundimento, alla cecità e alle memorie labili, colpevoli collettive. Mai rassegnandosi in quella sua sfrenata e “disperata vitalità”: “Ah, borghesia sì, vuol dire ipocrisia: ma anche odio. L'odio vuole la vittima, e la vittima è una” ( Poesia in forma di rosa , cit., p. 17).

E tuttavia non ebbe modo di sottrarsi a quel micidiale ed equivoco “meccanismo di ritorsione”, di rimbalzo, messo in atto dai Poteri, che inesorabilmente colpisce sempre gli eretici e tutte le figure scomode e perturbatrici di ogni tempo. Tale meccanismo di rivalsa, per così dire, consiste appunto nel capovolgere, colpire e distruggere, da parte del Potere, con lo scandalo chi denuncia lo scandalo, con la violenza chi denuncia la violenza, con la morte chi denuncia tutte le morti, fisiche e civili, e così di seguito.

Considerando quindi pubblicamente osceno ed abietto, proprio colui che ha osato smascherare una pratica politica equivoca o una società intimamente “oscene”, con le loro esecrabili ed immani “bestemmie” e quindi calunniando e condannando pubblicamente quello stesso “eretico” Pasolini che aveva osato e saputo ritrarre e sfidare questo mondo degradato, innalzandolo verso una sublime e tragica liricità.

“Quanta gioia in questa furia di capire! /.../, scriverà ne Le ceneri di Gramsci , Ma che lietezza profonda e quieta nel capire anche il male; che infinita esultanza, che vereconda festa, nell'accorata sete di chiarezza, nell'intelligenza, che compiuta attesta la nostra storia nella nostra impurezza.” (Garzanti, Milano 1976, pp. 25-27).