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Italo Svevo
(1861 - 1928)
Noemi Paolini Giachery

Invito alla lettura di Svevo

Incontrare l'opera di Italo Svevo (pseudonimo di Ettore Schmitz, scrittore per vocazione e non per professione) significa fare la conoscenza di un personaggio che non muta sostanzialmente col mutare dei testi: romanzi, racconti, articoli, opere teatrali e scritti scopertamente autobiografici come l'Epistolario, il Diario per la fidanzata e altre note diaristiche. Non si stenta a capire che quel personaggio, sempre simile a se stesso, rassomiglia molto all'autore tanto è vero che non è sempre facile distinguere una pagina letteraria di Svevo dalle pagine nate in funzione di documento della vita privata. Esordiamo dunque con una nozione che ci pare fondamentale per capire Svevo ma che è stata - ed è tuttora - guardata spesso con sospetto dalla critica: la nozione di autobiografismo. Per motivarla può essere opportuno partire da una rapida rassegna almeno dei tre grandi romanzi sveviani per cogliere i tratti fondamentali dei protagonisti nel contesto narrativo (la sommarietà può essere giustificata in un ragguaglio come questo che, pur non rinunciando a una certa impostazione critica, per l'indeterminatezza dei destinatari, si limita a proporsi come invito alla lettura o stringato riepilogo per chi non manchi di qualche conoscenza diretta). Nel primo romanzo, Una vita , pubblicato nel 1892, il protagonista, Alfonso Nitti, è un giovane che lascia la campagna per lavorare come impiegato presso la Banca Maller di Trieste (patria di Svevo e teatro delle storie sveviane, salvo momentanei sconfinamenti). Accolto ben presto nel salotto Maller, vive con alterne fortune e con alterni e spesso contraddittori sentimenti sia il rapporto con l'ambiente, sia una relazione amorosa con la figlia del banchiere, la frivola e superba Annetta. Desiderio e repulsione, esaltazione e frustrazione, impegno e abulia, progetti utilitari e idealità nobili e alte si avvicendano o convivono in lui, ma la frustrazione segna il destino di questo personaggio che, nonostante qualche passeggero successo sia nella carriera sia nell'amore, con il suo stesso comportamento collabora alla propria definitiva sconfitta che si conclude con il suicidio. Già in questo romanzo, che per molti aspetti sembra rifarsi a modelli naturalistici (narrazione secondo il tempo cronologico, oggettivismo, qui più apparente che reale, descrizione spesso minuta dell'ambiente borghese, tema della "lotta per la vita"), l'attenzione è concentrata sul protagonista e sulla sua vicenda interiore e la presenza degli altri personaggi serve quasi solo a sottolineare la solitudine, l'isolamento del protagonista, la sua sostanziale diversità. Tutti possono, più o meno, considerarsi suoi antagonisti ma in particolare Macario, cugino di Annetta, dotato di tutti i connotati e gli strumenti del "lottatore" schopenhaueriano di fronte al quale si fa più che mai evidente l'appartenenza di Alfonso alla categoria dei "contemplatori". E' appunto attraverso una battuta ironica di Macario che Alfonso prende atto della sua particolare condizione di inetto come connessa a una natura di artista: se gli mancano le ali dei gabbiani predaci "fatti proprio per pescare e per mangiare", ha però ali "per fare dei voli poetici" (e questa sua diversità sarà da lui vissuta ora come una inferiorità, ora come un valore di cui compiacersi). Sottolineo questo episodio perché permette di cogliere un nucleo essenziale per l'individuazione del "soggetto" di cui ci occupiamo. Anche Emilio Brentani, il protagonista del secondo romanzo, Senilità , pubblicato nel l897, è un "inetto" proprio per la sua natura di sognatore e, in definitiva, di artista. Il senso del titolo più che a un fatto anagrafico allude proprio a questa riduzione di energia fattiva, a questa limitata capacità di immergersi nell'esistenza che, se vogliamo distogliere lo sguardo dal nostro autore, si rivela nodo tematico di tanta letteratura, dal Canzoniere petrarchesco all' Amleto , ai Canti leopardiani, a certe narrazioni di Thomas Mann, ma si accentua e si esaspera nello scrittore contemporaneo spesso esposto a un drammatico scacco nella sua vitale ricerca del senso dell'esistenza. Anche Emilio è un impiegato con ambizioni letterarie e anche lui si rivela incapace di vivere e di condurre secondo i propri fini, che sono per altro molto ambigui e non sempre coerenti, l'amore per Angiolina, una vitalissima e indomabile ragazza di liberi costumi. Anche lei un'antagonista, comprendiamo subito, dalle ali di gabbiano. Non diversa in questo dal Balli, l'amico scultore di Emilio, più fortunato almeno in amore: piace ad Angiolina e di lui si innamora, non ricambiata, Amalia, la patetica sorella di Emilio, che, come il fratello, appartiene alla categoria dei "contemplanti-sognatori". In questo libro sarà lei la vittima sacrificale mentre il protagonista si rifugerà, in solitudine, nei sogni della "sua mente di letterato ozioso" capaci di trasformare la realtà e l'immagine stessa della donna amata. Nel 1923, dopo molti anni di rinuncia a pubblicare, ma non a scrivere, esce La coscienza di Zeno , il romanzo che darà a Svevo la desiderata e meritata notorietà. Anche qui il protagonista scrive: il romanzo consisterebbe proprio nell'insieme degli appunti di Zeno per il suo psicanalista. Ecco subito un vistoso segnale di modernità: la psicanalisi (che di fatto interessa all'autore come percorso più conoscitivo che terapeutico) non solo si affaccia come tema nel testo letterario, ma vi si accampa come criterio strutturante, comportando anche importanti novità formali: il racconto si svolge in prima persona sotto forma di confessione e l'impostazione soggettiva viene allo scoperto, la storia si interiorizza e al tempo cronologico si sostituisce il tempo, interno della memoria. E nella dimensione memoriale i dati esterni si deformano talvolta in senso quasi espressionistico quando non cedono addirittura il posto all'esperienza onirica, tema per altro presente già nei primi romanzi. (In questa opera è ormai palese la testimonianza dei tempi nuovi, di quella rivoluzione culturale che ha segnato la fine delle certezze oggettivistiche del positivismo e dello scientismo ottocenteschi). Una confessione dovrebbe essere ben più veritiera della scrittura evasiva e consolatoria di Emilio. Eppure Zeno riesce al tempo stesso a smascherarsi e a cercare alibi, a frugare nel suo inconscio e a rimuovere importanti verità. E, come per gli altri personaggi fratelli, il "guazzabuglio" del suo cuore fa intravedere un'interessante miscela di miseria e di altezza, o almeno di desiderio di altezza (che è già qualcosa). Anche lui è alle prese con i soliti antagonisti tra cui il proprio padre, il superficiale cognato Guido che sposa la donna che Zeno avrebbe voluto sposare, e la stessa "buona" moglie Augusta. Zeno è più anziano dei "fratelli" e meglio inserito nella società borghese e mercantile. Anche lui è però frustrato nelle sue più importanti aspirazioni (perfino nella resa esteriore della sua intima musicalità per una sorta di impaccio fisico di natura nevrotica). Sembrerebbe alla fine guarito passando nella categoria degli attivi-realizzatori ma a quel punto ci svela che la vita stessa è malattia e per l'animale uomo non c'è scampo. E il romanzo si conclude con una apocalittica profezia che sembra, a noi posteri, un preannuncio degli ordigni nucleari. Dopo il successo editoriale del romanzo, scoperto prima da Joyce e da critici francesi, poi dal nostro Montale, Svevo continua a seguire il suo personaggio, ormai anche anagraficamente senile, in una serie di scritti che ce lo ripresentano più volte come Zeno invecchiato, altre volte come anziano dal nome diverso. La pubblicazione postuma di alcuni di questi scritti lasciati in forma di frammenti incompiuti, nei quali il tema della senilità e quello della letteratura, intesa quasi come sostituto della vita, sempre più emergono in primo piano sia pure con la solita ambigua valenza, ha fatto sorgere il problema di un possibile "quarto romanzo" di Svevo.

Svevo continuava in verità a raccontare se stesso e a cercare nella scrittura quella chiarificazione interiore, quella luce di conoscenza, o meglio di autocoscienza, che all'alter ego personaggio di solito non riconosceva, quasi a mostrarcelo ancora soggetto alle pulsioni del vissuto nel momento stesso in cui voleva liberarsene. La rassomiglianza dell'autore ai suoi personaggi (veniamo finalmente al punto) si ravvisa anche nella corrispondenza di dati biografici: l'esperienza di impiegato di banca e poi di industriale, l'amore prematrimoniale per una donna che rassomigliava molto ad Angiolina e l'amicizia per il pittore Veruda, che rassomigliava molto al Balli, il matrimonio con quella Livia Veneziani tanto simile all'Augusta di Zeno... Molto più dovrebbe interessare (l'autobiografismo che conta è sempre un autobiografismo interiore) il riscontro con precisi tratti caratteriali così bene denunciati dalle testimonianze dirette epistolari o diaristiche o da testimonianze di terzi come il fratello Elio, morto prematuramente; ma soprattutto quel complesso nodo di tendenze, di sentimenti, di comportamenti, che l'autore certamente pensava di portare alla luce attraverso il continuo interrogarsi sulla propria interiore verità che egli stesso ha più volte riconosciuto essere "perno" della scrittura. Per questo "soggetto" presentato, in un linguaggio asciutto e antiretorico, come pochissimo dotato di contrassegni eroici e così debole e contraddittorio da rappresentare la perfetta antitesi del superuomo dannunziano, non sembrerebbe tuttavia del tutto immotivata la definizione di "superuomo dissimulato". Poco persuasiva sembra ormai l'interpretazione dei critici che, applicando per lo più un'idea di letteratura come impegno etico-politico-sociale, avevano letto le opere di Svevo come scritti di denuncia di una società borghese di cui il protagonista avrebbe costituito un esecrabile esemplare. Anzitutto il "soggetto" sveviano si distingue dal suo milieu e, se ha tra tante debolezze anche quella di invidiare talvolta i campioni perfino stupidi e mediocri dell'amoralismo intraprendente, del gretto utilitarismo di quel mondo, nell'intimo ha una sorta di orgoglio della sua condizione di "diverso", di "brutto anatroccolo", in quanto sente di rappresentare un'umanità più sensibile e perciò più inquieta e, in definitiva, più umana ("il malcontento", dice Svevo, è contrassegno che distingue l'uomo dall'animale, e noi pensiamo al tedio leopardiano esclusivo dell'animale uomo). Il suo problema è un problema esistenziale. Di Svevo, prima che dei suoi personaggi, è quell'inquietudine che nasce dal desiderio inappagato di grandezza, di altezza (segno di un'intima fedeltà al giovanile romanticismo), come anche l'intuizione che l'unica via per tentare di placare quella tensione è l'autoanalisi ironica e dolente di cui si rivela capace lo scrittore, e solo lui, in quanto "teorista", in quanto artista. Per questa sua capacità di vedere se stesso e il mondo in tutti i suoi limiti, in tutte le sue dissonanze e antinomie, egli può affermare in qualche modo la sua superiorità rispetto all'uomo comune tranquillo e inconsapevole (agli "uomini che non si voltano", direbbe Montale; a quelli per i quali "la terra è immobile", direbbe Svevo-Zeno). Una soluzione morale? Non sembrerebbe proprio. Anche se il pungolo etico, in forma di rimorso, non abbandona mai il nostro "soggetto", il senso della sua scrittura si risolve in un impegno per conoscersi, non per cambiarsi. Conoscersi, anzi, proprio per fare a meno di cambiarsi, per poter dire: sono così, ma lo so. Potremmo forse parlare per un approdo come questo, teoretico e "contemplativo", di una soluzione estetica. La ricerca di Svevo, concentrata sul problema esistenziale e su quello psicologico, ha sempre fatto riferimento (a suo dire servendosene come "puntelli") al pensiero di filosofi come Darwin, Schopenhauer e lo stesso Nietzsche. Anche questo filosofo convalida a suo modo la propensione sveviana per il valore estetico nel particolare senso qui emerso, cioè come autonoma e specifica esperienza conoscitiva. La vera superiorità a cui Svevo aspirava è forse espressa in un passo della Coscienza che sembra accedere a una sfera "al di là del bene e del male": "Ecco: si dà un forte respiro e si accetta e si ammira tutta la natura com'è [...]: con ciò si manifesta la stessa intelligenza che volle la Creazione intera". Come non ricordare Nietzsche: "Gli spiriti liberi spendono la minima energia possibile per tuffarsi con tutta la forza accumulata e, per così dire, con un lungo respiro nell'elemento del conoscere"?