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Giuseppe Ungaretti
(1888 - 1970)
Emerico Giachery

Itinerario di Ungaretti

Da un'intervista rilasciata da Ungaretti nel 1969 all'Istituto Italiano di Cultura a New York, rimasta inedita sino a pochi anni or sono e tuttora pochissimo nota, vale la pena di riportare alcuni passi come introduzione all'itinerario: "Della mia infanzia ricordo soprattutto il deserto: lo spazio immenso, invalicabile, anche se invalicabile si dice dei monti, insomma non traversabile se non con grandi difficoltà perché il caldo è feroce e ti prende dalle piante dei piedi e brucia sino ai capelli. Questo bruciare continuo è un continuo stato di voluttà anche fisico. E' un bisogno di sfogarsi anche carnalmente. Il nulla da una parte e dall'altra l'affermazione sessuale della propria esistenza. Questo apre in qualche modo il cielo della mia poesia e del mio modo di sentire. C'è poi l'idea dell'esilio, l'idea cioè che il mio paese non è quello; è lontano, è sempre fuori, è in un altro posto: è qualcosa che io devo ritrovare. Il mio paese era Lucca: paese evocato e sognato a lungo negli anni dell'infanzia e dell'adolescenza ad Alessandria d'Egitto, ma non "conosciuto se non attraverso i discorsi della mia gente che mi circondava in Egitto, soprattutto della mia mamma, che aveva una bellissima lingua - quella lucchese - e dalla quale ho imparato l'italiano". E ancora: "Prima della mia esperienza in Francia, c'era dunque il deserto, l'assenza, il nulla e il miraggio che è nel deserto, ma che c'era anche in me. Il mio miraggio era rappresentato da quel paese che non conoscevo e che m'era presente attraverso il racconto di mia madre. Insomma c'è la lontananza, il mito irraggiungibile, e il rincorrerlo continuamente senza mai raggiungerlo. Questo è il primo moto della mia poesia". E altrove dirà: "sono nato ai limiti del deserto e il deserto è il primo stimolo della mia poesia. E' lo stimolo d'origine". Il deserto reale, ma nello stesso tempo, in modo inscindibile, simbolico e allegorico, resterà paesaggio originario, "protopaesaggio" del suo spirito. L'immensità dell'orizzonte illimite ("la piana sterminata"), la scarna solitudine del deserto, l'abbaglio della sua luce smisurata, i motivi del nomadismo, del miraggio, lieviteranno, spesso fondamentali, nella sua opera poetica.

L'approdo del giovane in Europa sarà ricco di pathos, fecondo di conseguenze. Anzitutto, l'apparizione della patria tanto sognata all'alba, dopo una notte di navigazione. Poi, la magica apparizione dei monti: "Vedeva per la prima volta i monti / Consueti agli occhi e ai sogni / Di tutti i suoi defunti". Così nella rievocazione poetica; e in prosa: "Quel paesaggio instabile, mutevole d'attimo in attimo: scomparso, e, al suo posto, la montagna: la montagna che sta ferma contro il tempo. Fu quello un fortissimo stupore, forse il più forte che ricordi". Ma l'incontro con l'Italia non è che una sosta del viaggio verso l'agognata meta che è Parigi: "Questa è la Senna / e in quel suo torbido / mi sono rimescolato / e mi sono conosciuto". Parigi in quegli anni faro e crogiuolo di cultura nuova, grande crocevia delle arti: Parigi dove Ungaretti scopre il valore dell' architettura, segue i corsi di Bergson e di Bédier, frequenta poeti e scrittori come Apollinaire, Breton, Aragon, Rivière, Paulhan, Desnos, artisti come Picasso, Braque, Delaunay, Modigliani, Soffici.

La Grande Guerra alla quale parteciperà volontario, rappresenterà un'esperienza cruciale per l'uomo e per il poeta: "trovai, partecipando alle sofferenza di tanta umanità nelle trincee, il segreto umano, il mistero poetico, il segno della mia poesia". In piena guerra, nel 1916, vedrà la luce il primo volumetto di poesie: Il Porto Sepolto , titolo che non soltanto evoca la discesa del poeta nelle profondità dell'essere per poi risalire "alla luce con i suoi canti" e disperderli serbando nell'intimo "quel nulla d'inesauribile segreto", ma anche allude implicitamente alla città natale, in cui l'antico porto, secondo il ricordo dell'amico versiliese Enrico Pea e dello stesso Ungaretti, poteva scorgersi "ancora intatto sotto quelle acque placide". Subito dopo la guerra, nel 1919, ecco Allegria di Naufragi : il titolo originale e drammaticamente contraddittorio esprime la forza inesorabile della vita che, pur serbando pia memoria di tanti scomparsi e di tante sofferenze (nel cuore del poeta "nessuna croce manca"), continua, e offre imprevedibili riserve di coraggio e di slancio per ricominciare: "E subito riprende / il viaggio / come / dopo il naufragio / un superstite / lupo di mare". Per indicare il cammino della vita (che in Ungaretti si compie in un'opera-vita, un opera concepita e sentita integralmente come Vita d'un uomo) la metafora del viaggio, della navigazione risale certo alla notte dei tempi. Le poesie di Il Porto Sepolto e di Allegria di Naufragi , instancabilmente rielaborate, formeranno L'Allegria , primo volume di Vita d'un uomo : il libro di Ungaretti a tutt'oggi più caro ai lettori, specialmente giovani, affascinati da quella parola "scavata" nell'esistenza "come un abisso", ma anche "limpida meraviglia" che sembra reinventare il linguaggio e il mondo, capace di dilatarsi nel respiro dell'orizzonte (il celeberrimo "M'illumino d'immenso") e di farsi spoglia come pietra del Carso. L'analogia e la sinestesia, già largamente presenti nella poesia europea e anche in quella nostrana, soprattutto in quella di Pascoli, sono strumenti per scomporre e ricomporre il mondo, per immergersi nella sua molteplicità, per esprimere momenti di illuminante stupore. La parola, riscoperta dal fondo in tutta la sua vergine pienezza, che è pienezza umana, "grumo" di intima umanità, è anche "grido unanime", condizione fraterna: "Di che reggimento siete / fratelli? / Parola tremante / nella notte / Foglia appena nata". L'Allegria si conclude con Preghiera , in cui, attraverso le varianti di una travagliata elaborazione formale, il discorso poetico, già franto in brevi e dense monadi, tende a ricostruirsi in più tradizionali armonie. E' un testo incentrato nel futuro, "tempo lirico", tipico tempo ungarettiano dell'annunzio, di un'attesa che è evocazione di assenze, del protendersi continuo verso un'irraggiungibile meta che qui, come spesso altrove, è edenica innocenza: "Quando mi desterò / dal barbaglio della promiscuità/ in una limpida e attonita sfera // Quando il mio peso mi sarà leggero // Il naufragio concedimi Signore / di quel giovane giorno al primo grido". Il primo libro di Vita d'un uomo si chiude dunque con un'intensa sinestesia: il "grido" iniziale del giovane giorno è un'impetuosa irruzione di luce, luce assoluta di una sognata palingenesi.

Sentimento del Tempo (prima edizione fiorentina 1933) è l'arduo libro centrale della maturità nutrito dall'esperienza di chi attraversa il mezzo del cammin di nostra vita e acquisisce il "sentimento del tempo", la coscienza amara del limite. Non più "cieli alti della gioventù" e "libero slancio", ma "dolorosi risvegli" e "curva malinconia". Anche, però, acquisizione di "misura", di virile ma non pacificata saggezza. Il nuovo paesaggio, fortemente sintomatico, è ora Roma con certi suoi classici dintorni: paesaggio intriso di antichi miti, cosparso di suggestive rovine, ma anche contrassegnato da opere d'arte cristiana che culminano in Michelangelo, da cui, secondo Ungaretti, deriva la tensione del barocco. Sono gli anni in cui il poeta, lasciata la diletta Parigi, vive, tra notevoli ristrettezze economiche, a Roma, poi a Marino, nei Castelli Romani, a quei tempi ancora intatti nello splendore del manto arboreo (selve in cui avrebbero potuto apparire ninfe, a quanto diceva Ungaretti); poi di nuovo a Roma. Roma città dell'estate, città dall'anima estiva, abbagliata dal biancore scabro dei travertini, città d'anima barocca. E il barocco assomiglia a una colma estate. L'estate è uno dei centri di Sentimento del Tempo . Estate violenta, inesorabile, che sembra riattizzare la memoria dell'originario deserto africano: "Strugge forre, beve fiumi, / Macina scogli, splende, / E' furia che s'ostina, è l'implacabile, / Sparge spazio, acceca mete, / E' l'estate e nei secoli / Con i suoi occhi calcinanti / Va della terra spogliando lo scheletro". Accostamenti di grande arditezza, accanita ricerca di condensazione espressiva caratterizzano questo libro in cui da suggestive evocazioni di atmosfere mitiche (con un gusto tutto moderno e libero che può a momenti ricordare il cosiddetto "classicismo" di Picasso) si approda alla religiosità angosciata degli Inni che rappresentano probabilmente il culmine di Sentimento del Tempo . In essi la voce del poeta spesso sonda e cerca nel vuoto, parla a una divinità per lo più inaccessibile e remota. C'è però almeno un momento in cui la religiosità sembra ancorarsi a un approdo esplicitamente cristiano, ed è La Preghiera : "Da ciò che dura a ciò che passa, / Signore, sogno fermo, / Fa' che torni a correre un patto. // Oh! Rasserena questi figli. // Fa' che l'uomo torni a sentire / Che, uomo, fino a te salisti / Per l'infinita sofferenza. // Sii la misura, sii il mistero. // Purificante amore, / Fa' ancora che sia scala di riscatto / La carne ingannatrice".

A Roma Ungaretti abiterà per il resto della vita, salvo l'importante parentesi degli anni trascorsi in Brasile insegnando letteratura italiana all'università di San Paolo. Anni in cui lo colpirà il lutto più doloroso per la scomparsa del figlio novenne Antonietto. In questo periodo matura in parte il terzo libro, il più caro all'autore: Il Dolore , apparso nel 1947. Il titolo, ancora una volta profondamente significativo, non può non richiamare l' Allegria con cui ha senz'altro legami. L' Allegria nasce dalla prima guerra mondiale, Il Dolore dalla seconda. L' Allegria contiene un celebre testo, I fiumi . E' il primo bilancio della vita di un poeta che, in una notte della Grande Guerra ("ora ch'è notte / che la mia vita mi pare / una corolla / di tenebre"), evoca i quattro fiumi che contrassegnano e scandiscono il suo destino: il Serchio degli antenati lucchesi, il Nilo dell'infanzia e dell'ardente prima giovinezza, la Senna della conoscenza di sé attraverso (soprattutto) l'assimilazione della nuova cultura d'Europa, l'Isonzo della drammatica esperienza bellica. Il Dolore contiene Mio fiume anche tu, in cui Ungaretti, in una notte della seconda guerra ("Ora che notte già turbata scorre"), si ricollega esplicitamente al motivo dei fiumi, e ai quattro del primo bilancio aggiunge il quinto fiume, il nuovo fiume del suo destino (ma anche simbolo del destino d'Europa, della civiltà occidentale): il "Tevere fatale", fiume della missione di Enea e di quella di Pietro, fiume virgiliano e cristiano.

Esiguo per mole, Il Dolore è tuttavia libro complesso. Il dolore, intanto, che con motivata pertinenza risalta nel titolo, si manifesta su due versanti: quello privato (per la morte del fratello e soprattutto del figlio) e quello comune, collettivo per l'offesa recata all'uomo e alla civiltà nella crudelissima seconda guerra. Due paesaggi, anche stavolta reali e insieme simbolici, vi si contrappongono: paesaggio brasiliano esotico e paesaggio romano, nostrano. Il primo segnato dalla dismisura di una natura violenta e selvaggia, il secondo improntato a misura umana, impregnato di civiltà più che bimillenaria. L'eccesso del primo viene espresso con mezzi stilistici di rilevante efficacia: "I molti, immani, sparsi, grigi sassi / Frementi ancora alle segrete fionde / Di originarie fiamme soffocate / Od ai terrori di fiumane vergini / Ruinanti in implacabili carezze, / Sopra l'abbaglio della sabbia rigidi / In un vuoto orizzonte, non rammenti?". In questo paesaggio di pietra, su un'araucaria quasi dantesca, anch'essa come di pietra, "delirante muta" e dannata, anzi "più delle altre dannate refrattaria", sale "di ramo in ramo", lieve come un uccello, il fanciullo Antonietto, intimamente antitetico, per la sua fresca, musicale dolcezza, alla disumana oltranza di una natura che lo soverchia e stronca: "Grazia, felice, / Non avresti potuto non spezzarti / In una cecità tanto indurita / Tu semplice soffio e cristallo, // Troppo umano lampo per l'empio, / Selvoso, accanito, ronzante / Ruggito d'un sole ignudo". A quei "molti, immani, sparsi, grigi sassi" si oppongono i "pietrami memori" di Roma, all'araucaria (Pinus brasiliensis) contorta e dannata si oppone l'araldica sagoma del pino nostrano, romano che sorge tra quelle pietre memori e che Ungaretti ritrova tornando dal Brasile in patria, nel pieno della seconda guerra, con l'emozione di Ulisse che tocca la terra di Itaca. Le pietre di Roma sono cariche di memoria non solo classica ma anche, e soprattutto, cristiana. L'inno che Il Dolore innalza all'umanesimo cristiano sentito come civiltà dell'umana misura e della speranza s'incentra nella figura del Cristo: "Cristo, pensoso palpito, / Astro incarnato nelle umane tenebre, / Fratello che t'immoli / Perennemente per riedificare / Umanamente l'uomo". Il vivo germe contenuto nel testo ricordato di Sentimento del Tempo , La Preghiera , attinge qui la sua pienezza.

La Terra Promessa , quarto momento di Vita d'un uomo, vede la luce nel 1950, ma la gestazione dell'opera attraversa molti anni cruciali della vita e dell'attività letteraria di Ungaretti. Si può dire che La Terra Promessa occupi nell'opera poetica di Ungaretti un posto affine a quello occupato dalle Grazie nel contesto dell'opera foscoliana. "Opera frammentaria" la definisce lo stesso poeta, subito però aggiungendo che ogni opera è sempre frammentaria e incompleta rispetto alla pienezza e compiutezza dell'opera ideale vagheggiata dall'artista. Ancor più esigua per mole di quanto non fosse Il Dolore , La Terra Promessa è il libro più "difficile" di Ungaretti, frutto di un impegno formale anche più accanito del solito che ripropone (come sempre con gusto libero e moderno) forme di antica tradizione poetica come la sestina petrarchesca o il madrigale tassesco. Se Sentimento del Tempo poteva definirsi il libro dell'estate e del meriggio, questo è il libro dell'autunno e del tramonto. La vita di Ungaretti è entrata ormai nell'autunno e anche tutta una civiltà, secondo il poeta, è pervenuta all'autunno, al tramonto. La Terra Promessa (altro titolo pregno di significato che potrebbe forse contrassegnare l'intero itinerario di questo poeta ulisside in continua ricerca dell'Oltre) avrebbe dovuto originariamente intitolarsi 'Penultima stagione': "Era l'autunno che intendevo cantare nel mio poema, un autunno inoltrato, dal quale si distacchi per sempre l'ultimo segno di giovinezza, di giovinezza terrena, l'ultimo appetito carnale". Il motivo autunnale s'incarna nel personaggio (che è anche alter ego del poeta) di Didone: Didone, abbandonata da Enea (che rappresenta la forza della giovinezza ebbra di destino e tesa ad approdi lontani), con sgomento avverte come il colmo della vita si stia allontanando da lei, mentre sopravvive intatto il desiderio, simile a luce di crepuscolo che continua a rischiarare l'orizzonte occidentale dopo che il sole è tramontato: "La sera si prolunga / Per un sospeso fuoco / E un fremito nell'erbe a poco a poco / Pare infinito a sorte ricongiunga". L'Eneide (scrive Ungaretti) "è sempre presente nella Terra Promessa" in cui anche appare Palinuro, che qui incarna la "disperata fedeltà" alla ricerca dell'agognato approdo: "Va, al timone della sua nave, Palinuro in mezzo al furore scatenato dell'impresa cui partecipa, l'impresa folle di raggiungere un luogo armonioso, felice, di pace: un paese innocente, dicevo una volta". L'autocommento del poeta sembra implicitamente ribadire il legame fra tante immagini omogenee che si corrispondono a distanza di anni: il nomade, il girovago, il lupo di mare, l'ulisside, Enea, Palinuro, sino agli anni tardi in cui ricompare "il vecchio capitano" che "va tranquillo" verso un porto in cui "balugina" una luce d'amore. Siamo ormai, dopo Un Grido e Paesaggi (1952), alla raccolta poetica del 1960, Il Taccuino del Vecchio : "Verso meta si fugge: / Chi la conoscerà? // Non d'Itaca si sogna / Smarriti in vario mare, / Ma va la mira al Sinai sopra sabbie / Che novera monotone giornate". Ecco dunque, in questa poesia degli anni tardi, ricomparire il deserto: "Si percorre il deserto con residui / Di qualche immagine di prima in mente,// Della Terra Promessa / Nient'altro un vivo sa". Questo tardo deserto sembra sempre più metafisico, allegorico; privo ormai della violenta pienezza di luce e dell'erotica fascinazione del deserto dell'adolescenza e della prima giovinezza. E' deserto di "monotone giornate" di vecchiezza, in cui le oasi di poesia si vanno facendo, dopo Il Taccuino del Vecchio , sempre più rade e spoglie.

L'ultimo gesto poetico, a breve distanza da quello che Ungaretti aveva definito nel Taccuino il "gran silenzio" della morte, è una sorta di trittico, parte in prosa, parte in versi. Nel primo pannello del trittico, Ungaretti rigenera in un'immagine di fresca giovinezza il ricordo di una vetusta nutrice croata che l'aveva tenuto in braccio nella remota infanzia: "Di continuo ora la vedo bellissima giovane nell'oasi apparire, e non potrà mai più desolarmi il deserto dove da tanto erravo". Il secondo pannello del trittico incomincia così: "Si volge verso l'Est l'ultimo amore". Il ritorno alla nutrice e il rivolgersi verso l'origine simboleggiata dall'Oriente chiudono il cerchio di un destino, di un esemplare destino di poeta.