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Il piccolo Taoshi con immagine dell'affluente giallo
Lina Unali

Il racconto si è classificato nel premio letterario Les Nouvelles ed è stato pubblicato su Prospektiva, n. 29, Marzo Aprile 2005, Anno VII.

Prima di prendere servizio in quella città della Cina settentrionale dove era stata assegnata per l'insegnamento di un semestre presso la locale Università, aveva voluto riattraversare l'amato paese, per il quale interesse e affetto erano tanto cresciuti negli anni. Quando intraprese il viaggio, contò che quello era il suo quarantesimo giorno di esplorazione del territorio.

 

Questa volta partì da Chong Qing, un porto fluviale che dicevano avesse raggiunto l'esorbitante cifra di 32.000.000 di abitanti. Quando le fu comunicato, non riuscì a credervi, poi capì che ci doveva essere stato un considerevole recente accrescimento demografico determinato dal trasferimento degli abitanti che erano stati fatti arretrare dalle ampie valli del Yang Tse, in occasione della costruzione della Grande Diga.

 

La navigazione sul fiume ebbe inizio la mattina successiva all'imbarco, la notte era trascorsa placidamente a bordo. Quando la nave partì, dal finestrino della cabina, la giovane docente passò prima in rassegna sponde sassose lambite da acque limacciose, poi vide bellissimi colli ricoperti di splendida vegetazione, con rami vivaci come zampilli, che si intersecavano nell'aria, interrotti ogni tanto da antri lunghi molti chilometri, alcuni dei quali noti ripari ed abitazioni di uomini preistorici. Scorse da lontano e ogni tanto, sbarcando per breve tempo, visitò antichi templi che sapeva in attesa di essere sommersi dalle acque del preannunciato diluvio. Le cosiddette guide del fiume che si trovavano a bordo della nave informavano costantemente, senza reticenze, dei futuri esiti della catastrofe.

 

Poi, dopo tre giorni e tre notti, la nave finalmente giunse alla Grande Diga, all'immensa costruzione di cemento perfettamente sagomata e tripartita, presso cui ogni imbarcazione si ferma e getta l'ancora prima di passare dall'altra parte.

 

Ma la dolorosa preoccupazione della viaggiatrice per la scomparsa che si annunciava imminente di quel vasto territorio non fu suscitata tanto dai pensieri spontaneamente coagulatisi nella sua mente nel corso della navigazione da Chong Qing alla Grande Diga, in quell'indimenticabile percorso di circa 650 chilometri. Apprese, è vero, nozioni penose, come quella secondo cui tutto quel tratto di fiume, considerato la culla della civiltà cinese, si trasformerà in un lago senza corrente, largo circa un chilometro, in cui ogni manufatto, colonna, parete dipinta, imputridirà; che tutte le terre che aveva potuto vedere e con gioia ammirare, i grandi incavi rocciosi, i templi, preceduti da infiniti scalini che li rendevano raggiungibili, i giardini con i fiori di loto galleggianti nelle fontane, le capanne, interi villaggi, sarebbero stati sommersi. Ma il più grande disappunto si formò nel suo cuore successivamente, ne fu ella stessa sorpresa, quando, una volta superata la Diga, fu informata da altri gentili accompagnatori di visitatori stranieri che l'invasione delle acque avrebbe interessato più di cento affluenti del grande fiume al di là dello sbarramento costituito dalla Diga, quando seppe che il loro livello si sarebbe elevato in tutte le fertili valli fluviali in cui scorrevano fino a colmarle, quando il mezzo di trasporto su cui si trovava cominciò a percorrere lentamente una strada tortuosa lungo un piccolo affluente ingiallito dall'argilla depositata sul suo letto tra pietre e alghe;

 

 

 

quando lungo il suo corso riuscì a scorgere più di quanto non fosse accaduto durante la navigazione, i contadini intenti ai loro coltivi, le fitte piantagioni di the, dalle foglie sane e rilucenti, dalle foglioline tanto valutate nella prima scelta del prodotto; quando le passarono sotto gli occhi gli agrumeti, gli orti con ogni qualità di verdura, tra cui prediligeva la kong xin cai, dal cuore vuoto, nei cui bordi si accumulavano le patate alacremente dissotterrate, e le centinaia di erbe medicinali i cui olii si utilizzavano per curare malattie di origine nota e ignota; quando riuscì a intuire appieno l'impatto devastatore dell'annunciata inondazione che ricoprirà tanta parte di terra oltre a quella che la viaggiatrice aveva già osservato durante l'escursione fluviale. Tra sé calcolò: “Saranno più di mille chilometri se si aggiunge anche l'area della provincia del Sechuan che si percorre prima di giungere a Chong Qing”. L'aveva attraversata l'anno precedente, il pullman su cui viaggiava aveva costeggiato per chilometri il corso delle acque blu del fiume Min Jian, increspate da frequenti rapide.

 

Allora inconsciamente, confusamente, si augurò che accadesse qualcosa di grave, tale da provocare l'immediata interruzione di quel disgraziato processo di alluvione forzata, desiderò che si verificasse il blocco della messa a punto finale della Grande Diga che tanto, a suo modo di vedere, avrebbe danneggiato una parte della popolazione della Cina, quella più debole e anziana soprattutto, che non desiderava certo abbandonare per sempre il riquadro di terra assegnatole, in cui la propria esistenza si rispecchiava, da sempre fonte di sopravvivenza. Anche il paesaggio sarebbe stato completamente sconvolto, il fiume sarebbe diventato uno stagno, un lago immobile, mosso solo dal vento, dal cadere della pioggia, dalla navigazione e dalla decomposizione della materia ricoperta dalle acque.

 

Auspicò il verificarsi di qualche evento imprevisto, non seppe bene cosa, che prima del 2006 interrompesse la completa realizzazione del progetto, che lasciasse il fiume scorrere come nell'antichità mitologica e storica, come ai tempi in cui si svolge Il Romanzo dei Tre Regni, intorno alle maestose Tre Gole, sfolgoranti sulla linea dell'orizzonte.

 

Tali preoccupazioni e questa strana speranza furono presenti nella mente della protagonista del racconto per molti giorni fino a che non giunse al famoso tempio taoista del Monte Wudang, e fino a che, insieme alla sua grande maestra di Taiji, presente in quei giorni nel tempio, non seguì la pratica di un monaco taoista, un Taoshi vestito di seta bianca rilucente, con il tondeggiante cappello nero, in forma di basso cilindro, più stretto alla base e ornato di nastro nero, le scarpette bianche da ginnastica slacciate come a formare con le calze, anch'esse bianche, una sorta di stivaletto; fino a che questo piccolo Taoshi con un senso di grande ieraticità, come congiungendo il cielo e la terra, non mostrò come si sviluppa la prima parte della Forma cosiddetta dei Cinque Elementi che si apre con il ritardato, lento, innalzarsi delle braccia e delle mani fino all'altezza delle spalle e una rotonda parata in avanti, quasi disegnando l'incavo curvo di un'onda; in cui i pugni si chiudono serrando strettamente le dita; in cui la circolarità è una delle costanti strutturali dell'intero movimentarsi nello spazio; fino a che non rimase incantata da questo strano ragazzo monaco che la sera, all'ora di cena, rivide nel collegio abbigliato come un ospite qualsiasi, con i capelli un po' lunghi sciolti sulle spalle, lo sguardo intento e leggermente divertito. Più tardi esercitò i suoi allievi, vestiti con tute blu di seta e allineati in file regolari, in prove marziali intense e perfette.

 

Dopo l'allietante esperienza la viaggiatrice lasciò per un mese la Cina, in attesa di tornarvi in autunno per il semestre di insegnamento in quella strana città che le era stata prospettata come traboccante di edifici novecenteschi in stili europei, non intrattenendo più nell'animo il forte risentimento derivato dalla constatazione della presente e futura invasione delle acque, ma con l'immagine negli occhi e nel cuore di un Taoshi che insegnava, anche ai grandi maestri dell'arte, in uno dei terrazzamenti interni – contiguo al Tempio della Salute e della Longevità, in cui su targa di bronzo si poteva leggere che era consentito il desiderio sensuale minimo – la Forma dei Cinque Elementi che sono la terra, l'acqua, l'aria, il legno, il fuoco.

 

 


 

 

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