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Rabindranath Tagore
Lina Unali
Lina Unali, Stella d'India, Temi Imperiali britannici, modelli di rappresentazione dell'India, Edizioni Mediterranee, Roma, 1993.

In uno dei più riusciti e forse meno noti drammi di Tagore, intitolato Mukta-Dhara , tradotto letteralmente La cascata e pubblicato per la prima volta nel Bengala nel 1922, l'autore sembra alludere in modo tragico alla colonizzazione dell'India e, più in particolare, ispirarsi a quella vasta opera di costruzione di dighe cominciata nei primi decenni del secolo in America negli interessi dei grossi gruppi industriali, ma socialmente ingiuste poiché privavano della terra coltivabile interi villaggi e portavano al loro trasferimento altrove. Il problema è tuttora vivo in India, come dimostra il caso della cosiddetta Teri Dam. Ma ecco l'intreccio dell'atto unico di Tagore. Mukta-Dhara è un villaggio in pianura, irrigato da acque che discendono da una montagna elevatasi altissima al di sopra di esso. Il re del villaggio che si erge sul monte decide di interromperne il flusso costruendo una diga. Lutto e tristezza sono il risultato di questa azione egoistica per gli abitanti della valle. Ma qualcuno vendicherà le vittime dell'arroganza e del malvolere del re. Il suo figlio putativo, chiamato Yuvarajah...

Mukta-Dhara può essere interpretato a vari livelli, uno dei quali è nell'ambito del simbolismo cristiano. Lo Yuvarajah è una immagine di Cristo che redime il suo popolo attraverso la percezione della verità e attraverso la propria capacità di sacrificio e di abnegazione. Egli è altresì inquadrabile nelle tendenze ecumeniche di Tagore, seppure vissute dall'angolo prospettico di una solida posizione induista. Il rapporto, che Tagore ebbe in svariate occasioni con le fasce più economicamente depresse della popolazione indiana (ad esempio, nelle terre paterne di Shilaidah), si traduce letterariamente nello spirito compassionevole espresso nei confronti della miseria e della sofferenza degli abitanti del villaggio. E' anche possibile scoprire nella breve composizione teatrale vari elementi di sensibilità e cultura buddista (le simpatie di Tagore per il buddismo sono ben note, ne parlò ampiamente Edward Thompson nel 1926, riferendosi sia all'antica letteratura bengalese che ne era, a suo dire, impregnata, sia al poeta stesso.

Mukta-Dhara può essere letto altresì come una specie di manifesto anti-imperialista da apprezzare, insieme ad altri scritti di Tagore, alla luce dell'atteggiamento dell'autore negli anni precedenti all'Indipendenza, come incitamento al conflitto politico e alla ribellione contro il dominio britannico. Le popolazioni indiane, rappresentate in Mukta-Dhara dagli abitanti della valle, possono essere viste come vittime ed il loro paese come una terra saccheggiata da conquistatori stranieri (quelli che nel dramma sono indicati come i foreigners ), privata di tutti i suoi beni, della fonte stessa di vita. L'atto ha inizio e si conclude con la ripetizione di parole bellicose che incitano alla riscossa e alla vittoria: "Shankara, Shankara, Vittoria, Vittoria, Vittoria!"

La posizione di Tagore si differenzia per molti aspetti da quella di molti intellettuali e uomini politici indiani, primo fra tutti Gandhi. Sono argomenti che devono necessariamente avere qui una trattazione breve, ma si deve ricordare che tra i grandi meriti non propriamente gandhiani del poeta indiano vi fu sia quello di attuare una rinascita delle tradizioni artistiche del proprio paese che quello di comunicarne il valore all'Occidente. Nel 1920 Tagore scrisse contro il concetto antico di ahimsa, non violenza , il perno del pensiero politico gandhiano, asserendo che "essa non andava considerata per se stessa una forza morale, ma poteva essere usata sia contro la verità sia a favore di essa". L'ideale di Tagore circa il rapporto tra civiltà distanti l'una dall'altra come l'India e l'Inghilterra è basato su un concetto generoso e cavalleresco che faccia sì che un paese si avvicini all'altro con generosità rinunciando all'esplicazione dei propri distruttivi egoismi.